Rectify: una serie da recuperare

Rectify: una serie da recuperare

SundanceTV (ex sundance Chanel) è un canale televisivo via cavo statunitense che trasmette generalmente cinema indipendente, documentari, cortometraggi; da qualche anno però il network si è lanciato anche nella produzione di serie televisive, prima con Top of The Lake e poi Rectify.

Rectify è una serie tv composta da tre stagioni,( in questi giorni sta debuttando la terza in USA), scritta da Ray McKinnon e considerata dalla critica americana e anche dalla sottoscritta una delle serie migliori del 2013, anno in cui è andato il onda il primo episodio.

Daniel Holden accusato all’età di 18 anni dello stupro e dell’uccisione della sua fidanzata passa ben 19 anni nel braccio della morte, in attesa della sua esecuzione che viene rinviata ben cinque volte. A causa di un cavillo, la condanna viene annullata e Daniel è improvvisamente libero.

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McKinnon, il creatore della serie, aveva questa storia nel cassetto da dieci anni, quando in USA vennero rilasciati alcuni detenuti dal braccio della morte, scagionati proprio dalla prova del DNA; McKinnon si è preso a cuore questi fatti e di cronaca e li ha studiati approfonditamente dedicandogli Rectfy.
La cura e l’attenzione ai dettagli si nota  tutti e sei episodi della prima stagione – per ovvie ragioni (abbasso gli Spoiler!)  parlerò solo della prima – che narrano il ritorno alla vita di quest’uomo e alla ricostruzione dei legami famigliari interrotti vent’anni prima.

La serie ha il grande pregio di non perdersi in sotto trame inutili, ma di concentrarsi proprio sul personaggio principale; con lo scorrere della narrazione lo spettatore aggiunge un tassello dopo l’altro alla complessità del personaggio imparando a conoscerlo. Nonostante questa caratterizzazione approfondita e mai banale di tutti i personaggi, è impossibile dire se Daniel sia colpevole del crimine per il quale ha scontato i 20 anni di carcere e del quale parte della cittadina lo accusa ancora. L’idea che mi sono fatta alla fine è che neanche lui lo sappia e che la sua confessione, avvenuta in modo non propriamente regolare, sia stata ottenuta per sfinimento più che per reale colpevolezza. Daniel però non aiuta in nessun modo la cittadina o la sua famiglia e neanche lo spettatore a togliersi qualche dubbio, scopriamo, infatti, che già prima del crimine, appena diciottenne, era considerato un po’ sopra le righe, “strano”. E’ stato forse un capo espiatorio utile a coprire qualcosa di ancora più brutto? 

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Tutto ciò è immerso nel mistero, ma non è centrale nella serie dove il vero cuore pulsante sono i rapporti umani: il legame tra Daniel e la sorella Amantha, la quale ha impostato tutta la sua vita per liberare il fratello, la madre Janet, una donna intelligente che aveva rinunciato da tempo all’evenienza che il figlio potesse salvarsi e si trova spiazzata ora nel dover gestire un uomo di quasi 40 anni che ha perso metà della propria vita e poi c’è la famiglia allargata, il fratellastro Ted che è parte di quella fetta della popolazione della cittadina che crede Daniel colpevole. Soprattutto nella caratterizzazione di questo personaggio notiamo la superficialità e i pregiudizi presenti nella piccola società del sud degli Stati Uniti, insieme alla moglie Tawney che impersonifica il fanatismo religioso, una donna enigmatica e un po’ ingenua, il cui matrimonio è nonostante la sua giovane età, è già solo apparenza.

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La serie, se pur non direttamente, sottolinea più volte le contraddizioni interne alla società americana che si ritiene civile e cosmopolita ma che soprattutto nelle zone più rurali e lontane dalle metropoli avanzate si compone di microcosmi fatti di persone piene di chiusure mentali; la voglia di vedere un colpevole di omicidio ucciso dallo Stato è talmente insita nel modo di pensare di queste persone che la possibilità che ci sia stato un errore giudiziario sfiora ma non preoccupa troppo la classe politica della cittadina. In quest’ambiente si radica bene la pena di morte, la filosofia barbara dell’occhio per occhio, dente per dente, che pende sulla testa di Daniel. L’aspetto rurale della serie è accentuato dal ritmo della narrazione, dilatato e lento con riprese lunghe e statiche, la scrittura, la regia, la fotografia, sono amalgamate alla perfezione per rendere al meglio il viaggio di Daniel fuori dall’istituzione totale.

Rectify tenta riuscendoci di mostraci realisticamente senza finzioni cose accade a un uomo vissuto fuori dalla società, non educato alla teatralità del vivere sociale. In varie scene si nota ad esempio come Daniel non riesca ad afferrare l’ironia e sia completamente estraniato dal mondo esterno, le variabili innumerevoli che il vivere la vita presenta non sono contemplate in prigione, dove la routine è la vita, dove non può accadere che un giorno sia diverso dal precedente.

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Anche il modo di parlare con locuzioni elaborate e le citazioni e riferimenti letterali sono tutti indispensabili per rendere il personaggio realistico e non appaiono assolutamente forzati o esagerati, Daniel è vissuto venti anni con solo dei libri a tenergli compagnia.

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Tutto ciò è condito da una recitazione magnifica, nessuno è sopra le righe, e soprattutto Aden Young ci regala un’interpretazione profonda, sofferta e commovente rendendo naturale l’immedesimazione con la sua situazione. La scena di chiusura della stagione che lasciava la possibilità, poi colta al volo da Saundace visto il successo della critica, per una seconda stagione è estremamente forte e potente, la violenza fisica della quale Daniel è vittima disturba lo spettatore in profondità, lasciando quel sapore amaro ma di appagamento generale, come quando si è appena terminato un bellissimo libro che tratta un argomento delicato e scomodo.
Che dire, spero di avervi convinto a dare un occhiata a questa serie considerata un po’ di nicchia e che in Italia ahi noi, è ancora inedita!